di Giuseppe Scopelliti per Il Tempo
Il Governo Meloni vara un doppio scudo per il futuro dei giovani: casa e lavoro come pilastri di un nuovo patto generazionale.
Nel giro di sette giorni, l’Italia ha conosciuto la settimana (forse) più incisiva della legislatura per le politiche giovanili. Tra il 28 aprile e il 4 maggio, il Consiglio dei Ministri ha licenziato due decreti-Legge che, letti in controluce, compongono un mosaico unitario: il Decreto Lavoro e il Piano Casa. La premier Giorgia Meloni li descrive come «tasselli di una strategia molto più ampia», e l’espressione non sembra affatto retorica. I due testi condividono la filosofia di fondo di offrire ai giovani strumenti concreti per costruire autonomia attraverso una modalità operativa inedita che «aggancia» gli incentivi pubblici alla qualità dei contratti e alla tenuta sociale degli investimenti. Non più bonus a pioggia, quindi, ma patti condizionati. L’elemento di maggiore originalità, infatti, sta nel meccanismo di condizionalità che attraversa entrambi i provvedimenti.
Sul fronte del lavoro, i quasi 934 milioni stanziati attivano quattro canali di decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato per giovani under 35, donne, stabilizzazioni di precari e aree Zes; ogni incentivo è ulteriormente condizionato al riconoscimento del «salario giusto», quale trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi maggiormente rappresentativi. In altre parole, chi firma «contratti pirata» o sottopaga i lavoratori viene escluso dai benefici pubblici. Meloni, quindi, vuole imprimere una rottura netta con la tradizione dei bonus indistinti, e segnare, così, il passaggio a un sistema che premia la qualità dell’occupazione.
Sul versante abitativo, il Piano Casa replica il medesimo schema. I 10 miliardi di euro (in dieci anni) mobilitati per 100.000 alloggi (di cui 60.000 di edilizia popolare rigenerata e 40.000 a prezzi calmierati) non sono finanziati solo dallo Stato, ma puntano a generare un «moltiplicatore» attraverso investimenti privati.
Il meccanismo, questa volta, prevede che gli operatori immobiliari possano costruire alloggi convenzionati, a patto di ridurre canoni e prezzi di almeno il 33% rispetto ai valori di mercato, con vincolo trentennale di destinazione sociale. Lo Stato non edifica direttamente, dunque, ma mette a disposizione snellimenti burocratici, garanzie pubbliche e la leva fiscale (come il dimezzamento degli oneri notarili per gli immobili calmierati) per orientare l’iniziativa privata verso un fine collettivo.
I due piani condividono lo stesso «identikit» di beneficiario. Non i fragili estremi, ma quei giovani adulti che un tempo sarebbero stati definiti ceto medio: lavoratori a reddito fisso, under 36, giovani coppie, genitori separati con minori, studenti universitari fuori sede, lavoratori in mobilità. Una fascia che, in Italia, più che in altri Paesi europei, sconta il paradosso di essere «troppo ricca» per accedere alle graduatorie dell’edilizia popolare, ma «troppo povera» per comprare casa a prezzi di mercato.
Il Decreto Lavoro prova a dare stabilità reddituale a questa generazione, con esoneri contributivi che arrivano a 500 euro mensili (650 euro al Sud) per ogni nuova assunzione o stabilizzazione di under 35. Il Piano Casa tenta di dare una risposta sul fronte della casa-abitazione, con un Fondo di garanzia per la prima casa rifinanziato su base pluriennale (670 milioni fino al 2027) riservato esclusivamente ai giovani fino a 36 anni, con garanzia statale che sale al 90% per le famiglie numerose.
Il combinato disposto delle due manovre genera effetti economici che vanno oltre le singole misure. Da un lato, la decontribuzione selettiva spinge le imprese a stabilizzare contratti, aumentando la platea di lavoratori con reddito certo e quindi «bancabili» per l’acquisto di una casa. Dall’altro, il Piano Casa si configura come un vero piano industriale per l’edilizia, con ricadute stimate in termini di investimenti privati aggiuntivi e di indotto occupazionale nei cantieri, nei servizi notarili e nell’intermediazione immobiliare.
La Premier ha rivendicato i dati Istat che certificano, dall’inizio della Legislatura, quasi 1,2 milioni di occupati in più e oltre 550.000 precari in meno, con il tasso di occupazione femminile e giovanile ai massimi storici. Il doppio pacchetto varato in questi giorni, pertanto, intende consolidare questa traiettoria, creando le condizioni perché un contratto stabile si traduca effettivamente in un progetto di vita autonomo, in cui la casa rappresenta la prima e insostituibile «pietra».
L’originalità di queste iniziative risiede nell’approccio integrato e condizionato. Per la prima volta, il Governo subordina gli incentivi al lavoro e all’abitare a standard qualitativi («salario giusto» e vincoli sociali sugli immobili), provando a rompere la logica dei sussidi a pioggia che spesso ha alimentato lavoro povero e rendite immobiliari.
La tenuta operativa passa necessariamente attraverso le procedure per gli sgomberi accelerati degli immobili occupati abusivamente e la capacità del Commissario straordinario di coordinare Regioni e Comuni. Ma la direzione di marcia è delineata, e per una generazione che rischiava di rimanere schiacciata tra precarietà lavorativa ed emergenza abitativa, questo «doppio scudo» rappresenta un segnale di attenzione che non si vedeva da tempo.

